PATRIMONIO · GIUGNO 2026

Un paese che protegge
la sua cucina per legge

Di Martín Iglesias · 10 giugno 2026 · 6 min di lettura

Spighe dorate al tramonto sulle colline della Val d'Orcia, Toscana

Ci sono paesi che proteggono i loro confini. L'Italia, in più, protegge la sua tavola. E per capire perché, bisogna risalire all'origine stessa della sua civiltà.

Roma fu costruita sul grano

Il grano che arrivava dalla Sicilia e dal Mediterraneo nutriva la città più potente del mondo antico; il pane era affare di Stato, e la triade mediterranea —grano, vite e ulivo— non era solo agricoltura: era l'ordine stesso della vita. Mangiare bene e vivere bene erano, già allora, la stessa cosa.

Firenze: la tavola fatta arte

Secoli dopo, Firenze elevò quell'idea ad arte. Nella città del Rinascimento, la tavola divenne cultura: i banchetti dei Medici erano architettura, musica e cucina allo stesso tempo. Quando Caterina de' Medici partì per la Francia nel 1533, portò con sé i suoi cuochi fiorentini —e con loro, la raffinatezza che avrebbe trasformato la gastronomia europea.

E fu sempre a Firenze che, nel 1891, Pellegrino Artusi pubblicò La scienza in cucina e l'arte di mangiar bene: il libro che unificò le cucine regionali di un'Italia appena nata, prima ancora che l'italiano fosse la lingua di tutti. L'Italia divenne nazione, in buona parte, attorno alla tavola.

La fame che insegnò a custodire

Ma questa storia conobbe anche la fame. Le guerre del Novecento svuotarono le dispense e insegnarono a intere generazioni il valore sacro di ogni chicco, di ogni goccia d'olio. Da quella scarsità nacque la cucina povera: la saggezza di trasformare il poco nello straordinario.

E milioni di italiani che partirono —verso l'America, verso l'Argentina, verso il mondo— portarono in valigia l'unica cosa che non si poteva confiscare: le ricette della nonna. La cucina italiana divenne universale proprio perché fu il bagaglio di chi aveva perso tutto.

Per questo, quando l'Italia legifera sul suo cibo, non sta regolamentando un prodotto. Sta proteggendo una memoria.

Quattro date, una sola idea

1967. La Legge 580 stabilisce qualcosa che in qualsiasi altro luogo del mondo suonerebbe eccessivo: in Italia, la pasta secca può essere prodotta solo con semola di grano duro. Niente grani teneri, niente miscele, niente scorciatoie industriali. È la cosiddetta "legge di purezza della pasta", ed è in vigore da quasi sessant'anni. Non è una norma tecnica: è una dichiarazione d'identità.

2016. L'Italia vieta l'uso del glifosato in pre-raccolta del grano —la pratica di disseccare chimicamente il chicco per accelerare la trebbiatura, abituale presso altri grandi produttori mondiali. Il grano duro italiano matura al sole, non all'erbicida. Una differenza che non si vede sull'etichetta, ma si sente nel piatto.

2023. La Legge 172 vieta la produzione e la commercializzazione della carne sintetica sul territorio italiano. Al di là del dibattito scientifico, il messaggio è inequivocabile: il cibo italiano nasce dalla terra, dagli animali, dalle stagioni e dalle mani che la lavorano. Non da un bioreattore.

2025. L'UNESCO iscrive la cucina italiana —completa, non un piatto, non una tecnica— nella Lista del Patrimonio Culturale Immateriale dell'Umanità. È la prima cucina al mondo riconosciuta nella sua totalità. Il titolo del dossier dice tutto: "La cucina italiana, tra sostenibilità e diversità bioculturale".

Quattro date, una sola idea: in Italia, il cibo è patrimonio prima che prodotto.

Ciò che custodiamo in Oria

In Oria viviamo quell'idea ogni giorno nella Val d'Orcia. Quando lavoriamo con il grano duro antico —quelle varietà alte, dalla spiga dorata, che precedettero gli ibridi moderni— non stiamo facendo nostalgia: stiamo custodendo esattamente ciò che quelle leggi proteggono. Un grano cresciuto senza disseccanti chimici, macinato in semola come comanda la legge del '67, trasformato in pasta sulla stessa tavola dove generazioni hanno imparato che cucinare è trasmettere.

"Perché la pasta non è stata inventata in una fabbrica. È stata ereditata. E ciò che si eredita, si custodisce." — Martín Iglesias

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